MILANO - Per il rischio tsunami, il Mediterraneo è identico all'Oceano Indiano. Ha lo stesso tipo di sismicità e i fondali ugualmente profondi, le due caratteristiche da cui dipendono i maremoti. Lo rivela il mensile di scienza Newton nel numero di febbraio che contiene un dossier di 50 pagine sullo tsunami: secondo il periodico, nel nostro mare anche un terremoto di intensità inferiore a quello di Sumatra può formare onde di 10 metri, che in pochi minuti raggiungerebbero le coste.
Newton ha intervistato Stefano Tinti, professore di Geofisica dell'Università di Bologna, secondo il quale «la dinamica di uno tsunami dipende dalla profondità del mare nel punto in cui si sviluppa, e in alcune zone il Mediterraneo è profondo 3000- 4000 metri, proprio come l'oceano al largo delle coste di Sumatra». «La zona più pericolosa del Mediterraneo - prosegue Tinti, secondo quanto anticipato da Newton - è a Sud di Creta. E' un' area di subduzione, dove i margini di due placche si incontrano e si sovrappongono, la stessa situazione che ha dato origine al maremoto di Sumatra. In passato questa zona è stata teatro di terremoti di intensità fino a magnitudo 8».
Un'altra faglia pericolosa è situata al largo delle coste di Gibilterra, al confine tra il Mediterraneo e l'Atlantico, dove si sviluppò nel 1755 lo tsunami che devastò la città di Lisbona. Secondo Andrea Argnani, ricercatore di geologia marina dell'Istituto di Scienze marine del Cnr di Bologna, «le coste italiane a rischio tsunami sono quelle della Sicilia orientale e della Calabria meridionale. In queste zone, già in passato si sono verificati eventi catastrofici, come il maremoto del 1693, che devastò Catania e provocò 70.000 vittime, il sisma più violento registrato in Italia in epoca storica». Al momento, sottolinea Newton, la rete sismica nazionale italiana e quelle degli altri Paesi del Mediterraneo dispongono di sismografi in grado di rilevare le scosse, ma non di strumenti per segnalare l'arrivo di un'onda di maremoto. Anche se recentemente l'Istituto nazionale di Geofisica ha annunciato un progetto in tal senso.
Oltre alle faglie sismiche, così riporta il dossier di Newton, anche i vulcani sottomarini e quelli a ridosso del mare sono una potenziale sorgente di tsunami. Il rischio è rappresentato sia dai vulcani ancora attivi sia da quelli ormai spenti, la cui struttura indebolita dall'erosione può franare in mare. I geologi hanno rinvenuto prove di tsunami devastanti scatenati da eruzioni dell'Etna e del Vesuvio. Negli ultimi anni, i ricercatori dell'Istituto di Scienze marine del Cnr hanno studiato a fondo due vulcani sottomarini, situati sul fondale del Tirreno, a Nord di Ustica: il Marsili, un gigante lungo 65 chilometri, largo 40 e alto più di 3.000 metri, e il Vavilov, lungo 40 chilometri, largo 15 e alto 2.800 metri. Sono entrambi vulcani antichi, il primo ha un milione di anni, il secondo quattro, ma sono ancora attivi. Per di più, la loro struttura è instabile. Le pendici e i vecchi condotti di alimentazione rischiano di collassare come è già accaduto ripetutamente in epoca preistorica. Lo spostamento di tali masse sotto il mare provocherebbe onde ben più alte di quelle scatenate da un terremoto.
31 Gennaio 2005